Indie 12 – GIUSTIZIA – gio 10 aprile 2008 cinema politeama

parole sante19.30 PAROLE SANTE

Regia Ascanio Celestini, Sceneggiatura Ascanio Celestini Fotografia Gherardo Gossi, Montaggio Alessandro Pantano, Musica
Roberto Boarini, Matteo D’Agostino, Gianluca Casadei, Ascanio Celestini, Produzione Fandango, Formato Colore, Digi Beta PAL, Origine Italia 2007, durata 75′.
In anteprima a Pavia.

La sinossi è molto semplice. Cinecittà , quartiere di Roma ad alta densità  di popolazione, a ridosso del Grande Raccordo Anulare, accoglie uno dei primi centri commerciali della città . Proprio lì, nei pressi degli studi cinematografici, una grande, anonima palazzina, all’apparenza un condominio, è invasa ogni giorno da un esercito di lavoratori precari, impiegati presso il call center di una grande compagnia telefonica. Sono i nuovi poveri, lavoratori senza un futuro. Celestini, classe 1972, attore, drammaturgo racconta la loro realtà , la loro lotta contro lo sfruttamento e l’occulto isolamento da sindacati, partiti, società . In una parola il loro isolamento dallo stato italiano.
La sede dell’Atesia, è un edificio enorme, espressione della Roma palazzinara e becera degli anni ’50 e ’60. Il pi๠grande call center italiano, uno dei pi๠grandi d’Europa, è una macchina da trecentomila telefonate al giorno, quattromila impiegati rispondono ai clienti Tim.
Per la quasi totalità  lavoratori flessibili, questi moderni schiavi offrono le loro prestazioni ad ottantacinque centesimi a telefonata, senza ferie, permessi, retribuzione per le malattie. Sono persone di tutte le età , qualcuno con lo stipendio ci campa pure la famiglia. Tutti lavorano in condizioni di grande disagio. Quando, intorno al 2000, alcuni di loro cominciano a studiare la legge 30 sul lavoro nascono i primi scioperi, si diffonde un giornalino di autocoscienza, si formula un esposto all’Ufficio Provinciale del Lavoro, che dà  anche loro ragione. La protesta prosegue per sette anni. Ecco allora che i contratti non sono rinnovati, ecco arrivare anche i licenziamenti.
“Questo documentario è venuto un po’ loffio, un po’ fiacco. Non ci sono sparatorie, non ci sono inseguimenti”. Ascanio Celestini si critica da solo nel sottofinale del film ma, l'abbiamo capito, la critica vera è per noi spettatori, capaci di tenere desta l'attenzione soltanto se il montaggio mette in fila almeno tre inquadrature al secondo. Folletto ironico e poliedrico, raccontatore nato, capace davvero di dar corpo ad un difficilmente comunicabile “oggi”, Celestini usa la videocamera come un'arma contundente di antiviolenza.
Il messaggio si fa chiaro: il sistema su cui si basa questa realtà  è interamente degenerato. Si tenta di far decollare i consumi in una società  in cui il lavoratore è ormai così sfruttato da non poter neppure permettersi di mantenere quel tenore prima considerato di mera sussistenza.
Una società  di “clienti pezzenti” ai quali le aziende concedono il minimo indispensabile per riprenderglielo immediatamente dopo attraverso la fornitura del proprio servizio.
Assistenti di sala, kapò senza divisa, staff dirigenziale e, ultimo ma essenziale elemento della catena, l'operatore telefonico: tutti contribuiscono, chi pi๠volontariamente, chi meno, a questo bel documentario: intenso, commovente, nobile, civile, profondo e poetico. Serio, certo, ma che non rinuncia a strappare al suo pubblico un'amara quanto divertita risata.

21.00 In questo mondo libero (it's a Free World)

Regia Ken Loach, Soggetto Paul Laverty, Sceneggiatura Paul Laverty, Fotografia Nigel Willoughby, Montaggio Jonathan Morris
Musiche George Fenton, Costumi Carole K. Millar, Scenografia Fergus Clegg, Interpreti Kierston Wareing, Juliet Ellis, Leslaw Zurek, Colin Caughlin, Joe Siffleet, Produzione Gran Bretagna/Italia, 2007, Durata 96′.
In anteprima a Pavia.
Angie, poco colta ma ricca di iniziativa, viene licenziata dall’agenzia di reclutamento presso la quale lavora. Decide così di aprirne una sua con l’aiuto della coinquilina Rose.
Le due giovani donne operano (e non è casuale!) dalla cucina di casa propria e presto si specializzano nel “sistemare” quegli immigrati pronti ad accettare di tutto e disperati proprio perchà© privi anche del permesso di soggiorno.
Premiato per la miglior sceneggiatura alla Mostra di Venezia, il nuovo film di Ken Loach parla di lavoro precario e in nero, e di come anche chi per estrazione sociale sia sempre appartenuto al ceto pi๠succube e sfruttato, oggi non esiti pi๠di tanto a passare dalla parte dello sfruttatore: ma allora il messaggio qual è? Si tratta soltanto di un caso o c'entra la consapevolezza di quello che stiamo vivendo?
Una cosa rimane certa, Angie, la protagonista del film, è una forza trascinante. L’ha inventata lo sceneggiatore Paul Laverty dopo una lunga inchiesta sul campo, e l’ha messa in immagini e diretta l'ormai settantenne, ma non meno arrabbiato Ken Loach, un regista da sempre impegnato in tematiche sociali, ma ultimamente un po' meno incline all'ottimismo (ottimismo della volontà  e pessimismo della ragione diceva qualcuno, no?) dei suoi primi lavori. Chi infine l’ha interpretata è la sconosciuta Kierston Wareing, classe 1975, sicuramente meritevole della Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile alla 64ª Mostra di Venezia secondo buona parte della critica presente.
Una recitazione empatica e in full immersion, che forza i limiti della rappresentazione per costringerti/lasciarti immedesimare nel film. Se nell’hinterland di Londra Angie, una trentenne ragazza-madre con figlio di 11 anni, che evapora energia passionale ed imprenditoriale capacità , sfrutta chi nella scala sociale è messo ancora peggio di lei, non è forse questo stesso sistema che la autorizza a farlo? In fondo un’agenzia semiclandestina ed esentasse di collocamento per lavoratori neocomunitari o extracomunitari, oltre a risolvere i problemi di sostentamento di Angie e Rose permette a chi lavora in nero di non morire di fame. Non subito almeno. Forse a qualche compagno sarebbe piaciuto di pi๠un film pi๠manicheo: “ma perchà© qui la cattiva è una donna, ragazza madre e perdippi๠anche licenziata dal posto dove lavorava?” Il messaggio del film si tinge di grigio ed i giudizi facili di chi non si preoccupa perchà© la classe glielo può risparmiare si fanno pi๠sfumati. Su Angie è difficile decidere, sul sistema che l'ha prodotta al contrario è difficile non vomitare. Deregulation e facili scusanti: “”¦tanto lo fanno tutti” non ci bastano pià¹. Guardiamoci negli occhi. Qui se non ci mettiamo una pezza presto la pacchia finisce per tutti.

22.30 Cous cous (La Graine e le mulet)

Regia Abdel Kechiche, Soggetto Dominique Arce, Sceneggiatura Abdellatif Kechiche, Ghalya Lacroix, Fotografia Lubomir Bakchev, Montaggio Ghalya Lacroix, Camille Toubkis, Scenografia Benoà®t Barouh, Costumi Maria Beloso Hall, interpreti Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouà¯a Marzouk, Alice Houri, origine Francia 2007, durata 151′.
In anteprima a Pavia.
Beiji è un buon operaio sessantenne di origine maghrebina che lavora ai cantieri navali del porto di Sète. Quando un brutto giorno perde il lavoro anzichè piangersi addosso decide di seguire il sogno che accarezza da una vita. Divorziato e con una famiglia numerosa a cui pensare, tenterà  di aprire un ristorante che serve solo cous cous e coinvolgere nell’attività  tutti i suoi familiari.
Forme, idee, personaggi, sapori, colori, odori: tutto è pi๠vero del vero nel salmastro ultimo film di Abdellatif Kechiche.
Una volta rottamato dal suo datore di lavoro, al porto di Sà©te il protagonista si ricicla, (anche qui in modo tutt'altro che casuale) trasformando un vecchio cargo arrugginito in un ristorante galleggiante, per far gustare a tutti la prelibatezza di famiglia, il cous cous al muggine.
Però il nostro di famiglie ne ha due, una ex moglie cuoca eccelsa, ed una compagna con intrapprendente figlia al seguito, ed aprire un ristorante in un paese, come la pur civilissima Francia, dove ancora sei visto come uno straniero, non è un'impresa da poco.
Caldo l'ultimo film dell'autore di Tutta colpa di Voltaire e de La schivata, un realizzatore di origine tunisina che viene dal teatro, ha un talento per i dialoghi autentici ed un occhio per il cinema come pochi, sicuramente nessuno in Italia.
In un film corale, la comunità  familiare gioca il ruolo pi๠importante. Una comunità  “aperta”, con i figli naturali e -non, tutti, o quasi, riuniti durante il rito del pranzo comune. Giovani e vecchi, maghrebini e francesi, bianchi e neri, cristiani e musulmani sono guardati con la stessa pietas, accomunati dalle stesse gioie, angustiati da identiche difficoltà  del vivere quotidiano. Una commedia umana vera, sentita ed orchestrata finalmente anche con un occhio di riguardo alla sensibilità  dello spettatore: la varietà  dei punti di vista, il movimento di corpi ed anime, sensazioni e sguardi, ricordano pi๠un musical di un pamphlet sociale.
E non manca neppure il thriller, con quel cous cous tanto aspettato da portare la tensione a livelli davvero inattesi. Era la lezione di Hitchcock. Ed è ancora il cinema oggi: la vita ma raccontata senza le parti noiose, perchà© lo spettatore ne ha a bizzeffe, di realtà , senza entrare in un cinema, proprio lì, sul marciapiede davanti a casa sua.


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