Indie 12 – ODIO- giovedì 9 Maggio 2008 cinema corallo

20.30 Nella valle di Elah (In the Valley of Elah)
Regia Paul Haggis, Soggetto Paul Haggis, Mark Boal, Sceneggiatura
Paul Haggis, Fotografia Roger Deakins, Montaggio Jo Francis, Musica Mark Isham, Scenografia Laurence Bennett, Costumi Lisa Jensen, Interpreti Tommy Lee Jones, Charlize Theron, James Franco, Susan Sarandon, Jonathan Tucker, Frances Fisher, Jason Patric, Josh Brolin, Wes Chatman, Mehcad Brooks, Victor Wolf, origine USA 2007, durata 121′.
Nella valle di Elah: quando Davide chiede aiuto.
Hank Deerfield è un veterano del Vietnam che, pur avendo smesso la divisa, ha conservato una rigida filosofia alla “Dio, Patria e Famiglia”. Fanatico dell'ordine, della disciplina e di una vita semplice e orientata ai valori pi๠sacri è sconvolto prima da una telefonata in cui il figlio pi๠giovane, Mike, dall'Iraq, domanda disperato il suo intervento, e ancora di pi๠quando, lo stesso, rientrato da appena una settimana, scompare nel nulla non ripresentandosi in caserma.
Hank, comunque, non si perde d'animo. Salito sul vecchio pick-up viaggerà  per due giorni verso la base, sul territorio americano, cui Mike è stato riassegnato, cercando di scoprire qual è il mistero che aleggia intorno al ragazzo.
E Paul Haggis ritorna, dopo i fasti di Crash, contatto fisico, con una regia davvero da non perdere. Tommy Lee Jones, Charlize Theron e Susan Sarandon, ma senza dimenticare gli ottimi comprimari di tutta la vicenda, lo aiutano a costruire questa moderna parabola di un'America inedita. Un'America annichilita dalla violenza dell'ultima guerra. Un'America che, stupita e disorientata, inaspettatamente chiede, forse per la prima volta nella sua storia, aiuto a qualcuno. La caduta dei valori: “Mio figlio si drogava?” “Certo, non pi๠di molti altri!”, lo scardinamento di etica e morale: “”¦dopo averlo ucciso avremmo voluto seppellirlo, ma non avevamo ancora mangiato, ed avevamo una fame tremenda”¦”, il delitto come sfondo talmente “banale” alla vita in Iraq da risultare irrinunciabile anche quando si torna a casa. Sono tutte questioni così gravi e vere, argomenti così scottanti che Haggis non può fare a meno di metterle al centro del suo cinema.
Non si può poi fare a meno di notare quanto la scrittura di questo film influenzi la sua regia. Haggis è fondamentalmente un ottimo creatore di storie, ma con Crash e ora Nella valle di Elah si candida anche alla descrizione implacabile e definita di un mondo che troppo spesso tg e giornali non riescono a comunicarci.
Paure, ansie, falsità , apparenze rispettabili e verità  scomode si affastellano, come il fatto che l'esercito non effettui regolarmente i test antidroga sui suoi uomini in Iraq: se sei costretto ad uccidere per una causa, che non capisci, puoi anche aiutarti con un po' di “additivo extra”, e l'autorità  non ci trova nulla da ridire. Domina su tutto la ferita di un orgoglio pesantemente minacciato: perchà© dev'essere un salvadoreà±o che non conosce nemmeno il verso della bandiera degli States a issarla sul pennone del municipio?
Eppure questa costruzione narrativa regge sotto tutti i punti di vista: plot, coincidenza di fabula e intreccio, creazione del pathos, risveglio della commozione e -non ve lo aspettavate?- addirittura citazioni bibliche. La valle di Elah è quella in cui Davide accetta la sfida del gigante Golia e, inaspettatamente lo abbatte con una semplice fionda e pochi ciotoli lisci.
Soltanto il coraggio, o meglio la sconfitta della propria paura può permettere al giovane Davide di vincere sul mostro. Soltanto rimanere fermo sulla propria posizione, prendere la mira e scagliare il sasso nel momento giusto, garantisce una via verso il successo, un successo che equivale a salvare la vita, cerchiamo di non dimenticarlo. Sì, d'accordo, ma da qui in poi i termini della metafora si confondono. Chi è Davide e chi Golia in medioriente? Perchà© il re manda un ragazzetto a combattere il campione dei Filistei? Come si fa a decidere la parte giusta in un mondo completamente confuso: “Mike era ansioso di andare là  e proteggere i buoni contro i cattivi, ma poi quando siamo arrivati non abbiamo capito pi๠nulla. Non l'avrei mai detto prima, ma ora che sono tornato penso che soltanto una bomba atomica possa risolvere la situazione” e chi lo dice è l'amico pi๠stretto di Mike, quello che non può reggere al rimorso e si suicida, uno di quelli che ci hanno litigato, l'anno ucciso, smembrato e bruciato perchà© era troppo lungo da seppellire e bisognava ancora andare a cena.
Si lascia la sala a pezzi. Come già  del resto era successo all'anteprima mondiale del film alla mostra di Venezia. E il cartello iniziale, secondo il quale la storia è ispirata ad eventi realmente accaduti, non migliora certo la situazione. È difficile trattenere le lacrime e, chi ce l'ha fatta fino ad ora, cede sull'ultimo dolly. Quella bandiera, coscientemente issata alla rovescia, è simbolo internazionale di richiesta d'aiuto. E per un veterano come Hank farla salire così e fissarla in questo modo, con del nastro adesivo extraforte al pennone, non può essere davvero senza significato.

22.30 La promessa dell’assassino (Eastern promises)
Regia David Cronenberg, Sceneggiatura Steven Knight, Musica Howard Shore, fotografia Peter Suschitzky, Montaggio Ronald Sanders, Scenografia Rebecca Holmes, Interpreti Josef Altin, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Mina E. Mina, Aleksandar Mikic, Armin Mueller-Stahl, Sarah-Jeanne Labrosse, Naomi Watts, Lalita Ahmed, Sinà©ad Cusack, Jerzy Skolimowski, Badi Uzzaman, Doà±a Croll, produzione Jeff Abberley, Origine Canada/GB 2007, Durata 100′.
Una voce legge un diario, una storia triste e consueta di promesse spezzate e non mantenute. La storia di una ragazzina arrivata a Londra dall'Est, violentata, drogata, prostituita, morta in ospedale mentre nasceva la sua bambina. Un'ostetrica di origine russa si mette alla ricerca dei suoi parenti per affidare loro la bambina e giunge ad una delle fratellanze russe pi๠potenti di Londra: la “Vory V Zakone”, pi๠o meno “ladri nella legge”, guidata da un uomo anziano dall'apparenza bonaria e dal cuore di ghiaccio, Semyon, proprietario di un ristorante sontuoso, padre e capobanda senza pietà . La storia di La promessa dell'assassino è tutta qui: ed è già  successa. Tutti hanno un ruolo immutabile, assegnato loro dalla nascita, dal denaro, dalla nazionalità , dal sesso, “dall'umore” nel quale vivono. Il nero e le ombre di una metropoli notturna e violenta, il porpora e l'oro della facciata rappresentata dal ristorante con tutti i suoi riti, le “tinte pastello” della gente “perbene”. Non certo innocente, separata e, soprattutto non immune, anche se non lo sa, e non vuole saperlo, dagli orrori che tutti i giorni e tutte le notti si consumano in città . È il mito dell'eterno ritorno. Tutto è ciclico anche qui, come in A History of Violence, peccati, condanne, legami, parentele riemergono dal passato. Padri e figli che si detestano, i servizi segreti che s'intrecciano con le mafie, far perdere le proprie tracce è impossibile. Per questo il film di Cronenberg comincia con una storia già  terminata, alla cui conclusione manca solo un pezzo di giustizia, e rifiuta categoricamente di raccontare un'altra storia. Alla fine del film, il protagonista Nikolai, un autista-killer al servizio di Semyon, non ha pi๠nemmeno un riquadro di pelle libera dai tatuaggi, che raccontano la sua storia criminale, non ha futuro se non quello imposto dalle stelle incise sulle sue scapole, che lo identificano come un capo. Ed è inutile, lo avvertiamo, provare ad interrogarsi sulla non verisimiglianza di una trama che si nega consapevolmente a qualsiasi sviluppo narrativo tradizionale, che vive di rapporti psicologici intuiti, che ha lo splendore astratto di un “balletto di ruoli”, o come altrimenti definire la violenza carnale letteralmente “danzata” della scena nella sauna? Una trama che descrive il disincanto di un teorema sul mondo occidentale contemporaneo. Un disincanto bloccato, senza scappatoie, se non per quel sussulto di rigore morale, che innesca l'orrore di una morte ingiusta, la tenerezza non comune di una nascita: quel sangue e quegli umori non cambiano la Storia, aiutano però a restare vivi. Senza vergognarsi.