INDIE #18 – edizione 2014

INDIE è una rassegna cinematografica nata con l’intento condurre la collettività, in particolare gli studenti, al cinema. L’iniziativa, ideata e creata dagli stessi studenti, vuole rendere nuovamente il cinema luogo di cultura e identità, dove partecipazione e divulgazione diventano elementi fondamentali. Le proposte cinematografiche di INDIE offrono un tocco di ricercatezza che soddisfa il pubblico senza cadere nel mainstream, attraversando tematiche attuali e al contempo scottanti: lavoro, arte, politica, amore, cultura.
La rassegna cinematografica, all’interno di una città che ha visto il numero di sale cinematografiche presenti, approda alla sua diciottesima edizione.

INDIE #18 inizierà martedì 15 aprile con “Felice chi è diverso”, film-documentario di Gianni Amelio alle 20.30, cui seguirà la proiezione di “Dallas Buyers Club” di Jean-Marc Vallée, film che è valso il Premio Oscar 2014 a Matthew McConaughey come miglior attore protagonista e a Jared Leto come migliore attore non protagonista.

Martedì 29 aprile sarà la volta del film d’animazione di Alessandro Rak “L’arte della felicità”. La serata si chiuderà con la proiezione di “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi, vincitore del Leone d’oro al miglior film della 70^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, come primo documentario in grado di aggiudicarsi questo riconoscimento al festival della laguna.

INDIE #18 proseguirà, poi, giovedì 15 maggio con la proiezione del documentario sulla “Rivoluzione Egiziana” del 2011 “The Square” di Jehane Noujaim e “La vita di Adele”, film di Abdellatif Kechiche, vincitore della Palma d’oro del Festival di Cannes del 2013.

L’ultima serata di INDIE si svolgerà giovedì 22 maggio. Verranno proiettati “Tango Libre” di Frédéric Fonteyne  e “Zoran, il mio nipote scemo” di Matteo Oleotto, con Giuseppe Battiston.

INFO E PREZZI

INDIE #18 si svolgerà presso la Sala Politeama, Corso Cavour, 20, Pavia.

INGRESSO INTERO A SERATA: 5 euro
SERATA RIDOTTA per soci UdU, ARCI, CINETECA e AGIS: 4 euro
SINGOLO INTERO: 3 euro
SINGOLO RIDOTTO: 2 euro

Per ulteriori informazioni:
www.coordinamento.org
coordinamentodirittoallostudio@gmail.com

schede filmografiche a cura di roberto figazzolo

mart 15.04.2014 ore 20.30
Felice chi è diverso
Regia Gianni Amelio, interpreti Giorgio Bongiovanni, Nicola Calì, Francesco Cocola, Pieralberto Marchesini, Roberto Pagliero, Claudio Mori, Alba Montori, origine Italia 2014, durata 93′.
L’universo dell’omosessualità nel nostro paese al centro di uno dei due soli film italiani selezionati Fuori Concorso alla Berlinale 2014.
Tra voci, testimonianze, ricordi ed esperienze di vita di persone che hanno vissuto la discriminazione degli anni del fascismo come del secondo dopoguerra un ritratto sentito dei protagonisti attraverso parole e immagini. Contro una denigrazione volgare che coltiva gli istinti peggiori anziché spingere alla riflessione più pacata e condivisibile: quella comune alla maggior parte dei media. I cinegiornali, la stampa nazionale, i programmi televisivi ed il cinema.
Dolore fisico e dell’anima, ferite e lividi in superficie o in profondità.
La diversità è solo una macchietta, un’anomalia folcloristica, lo stereotipo per una gag in tv o può concretizzarsi in una vicenda individuale, in un vissuto personale, in un ritratto che coraggiosamente rifiuta il vittimismo, perché crede nell’uguaglianza vera? Ha senso giudicare qualcuno dalla persona con cui fa l’amore? O dobbiamo dare ragione a chi sosteneva “Albero che non cresce, bisogna tagliarlo”? Liberatorio.

ore 22.30
Dallas Buyers Club
Regia Jean-Marc Vallée, interpreti Matthew McConaughey, Jennifer Garner, Jared Leto, Denis O’Hare, Steve Zahn, Michael O’Neill, Dallas Roberts, Griffin Dunne, origine USA 2013, durata 117′.
A Ron Woodroof/Matthew McConaughey, elettricista in Texas, viene diagnosticato l’Aids e pochi giorni di vita. Siamo nel 1986 e le terapie mediche ufficiali latitano, ma Woodroof non vuole -e non può- lasciarsi morire: ecco allora l’uso di farmaci illegali e alternativi, ecco il giro di contrabbando per renderli disponibili ad altri malati.
Una vicenda autentica e che trabocca emozione. Per raccontarla si dimagrisce di 25 chili, si cerca l’empatia attraverso il distacco, si usano star conclamate insieme ad onesti e sconosciuti semidebuttanti. E alla fine si vince anche l’Oscar.
È un passato ancora palpitante quello che ci guarda dallo schermo. Sono emozioni vere. Le inquadrature rendono palesi i sottotesti: i corpi rovinati, la pelle sottile, i volti emaciati. Le interpretazioni superbe degli attori in gioco ci rendono ancora più consapevoli della gravità del problema. La rabbia, gli occhi infossati, il male che dilaga. A volte il mainstream percorre strade coraggiose e lo fa con empito corretto e pieno di sentimento. A volte la carta che vince è sotto il mazzo. A volte è necessario rischiare di perdere tutto per tentare di sopravvivere a noi stessi e rimontare coraggiosamente la china. Di primo piano.

mart 29.04 ore 20.30
L’arte della felicità
Regia Alessandro Rak, origine Italia 2013, durata 83′.
Una Napoli cupa, surreale e antiutopica fa da sfondo (ma è anche protagonista) alla storia di Sergio, ex pianista diventato autista di taxi. Quando suo fratello maggiore Alfredo lascia la musica per partire verso l’India, anche Sergio l’abbandona.
Ma come mai Alfredo giunge a questa decisione? Che cosa si nasconde dietro la sua scelta di vita? Un auto-taxi come microcosmo, che basta a se stesso. I passeggeri dettati dal caso come unico legame residuo col resto del mondo. Una quotidianità che nega la possibilità di un’anche eventuale e parziale felicità. Ma non siamo noi a decidere quale strada ci verrà incontro.
Cielo scuro di una Napoli battuta dalla pioggia. Degrado palpabile e quasi ontologicamente necessario della metropoli. Disegni che sorprendono. Una sceneggiatura che dividerà gli spettatori di Indie#18. Testo e immagini per una riflessione che non si può più rimandare. È arrivata l’ora anche da noi di un’animazione per adulti? Immaginifico.

ore 22.30
Sacro GRA
Regia Gianfranco Rosi, origine Italia 2013, durata 93’.
E’ l’inizio di settembre del 2013. E dopo settanta edizioni della Mostra del Cinema di Venezia il Leone d’Oro va per la prima volta ad un film documentario e per di più italiano. Al momento della premiazione il giornalista de’ La Repubblica chiede al regista: “Quando girerà un film normale?” Rosi tranquillo risponde: “Questo è un film normale”. L’affermazione sfortunatamente suona ottimistica: se la normalità fossero film che vincono il Leone d’Oro a Venezia allora vivremmo sicuramente in un mondo migliore. In un’Italia migliore.
Qual è la particolarità allora di Sacro GRA? Semplice a dirsi. Meno, molto meno a farsi. La distruzione sistematica di ogni convenzione narrativa. Questo autore guarda -e fa guardare anche noi- la realtà trasfigurandola in Cinema.
Intorno al Grande Raccordo Anulare di Roma, il cosiddetto GRA, si vivono vite diverse.
Un nobile piemontese, oggi povero, occupa con la figlia -sempre connessa- un monolocale in una casa popolare. Un pescatore d’anguille un po’ filosofo gira solitario con la sua barca, un appassionato botanico combatte ogni giorno il malefico punteruolo rosso delle palme, un paramedico “romanamente” empatico cura una madre molto malata, due tenerissime e logorroiche prostitute transessuali danzano sul bordo della strada, un nobile (?) schivo condivide la sua dimora con attori e fotografi di fotoromanzi, alcuni fedeli assistono ad un’eclisse al Divino Amore e la imputano, chiaramente, alla Madonna, alcune ragazze-immagine si “umanizzano” nel retro di un bar. Nessun racconto è “in linea”, tutto si incrocia e scorre, come il traffico nel Grande Raccordo Anulare.
Falso road movie, vera introspezione poetica, autentica “quest” (a journey with a goal, un viaggio che ha uno scopo) Sacro GRA gira apparentemente in tondo, ma in realtà cambia sempre. Come in un nastro di Moebius. Ed è l’elemento umano a vincere e a con-vincere. Solo attraverso questo il paesaggio può e deve essere compreso. Ecco allora che si giustificano le decine di ore di materiale girato, l’indagine durata ben due anni, la quasi inesistenza delle riprese del raccordo in sé.
Una bella lezione di cinema e di vita. Qualcosa che, in giro per il mondo, ci rende ancora incredibilmente fieri di essere italiani. Mitopoietico.

gio 15.05 ore 20.00
The Square (Al Midan)
Regia Jehane Noujaim, interpreti Khalid Abdalla, Magdy Ashour, Ahmed Hassan, Ragia Omran, Ramy Essam, Dina Abdallah, Aida El Kashef, origine Egitto, USA 2013, durata 90′.
La rivoluzione di piazza Tahir e la caduta del governo Mubarak. Questo è ciò che ci hanno comunicato giornali, network e rete. Ma qui in Europa ed in Occidente in generale che cosa abbiamo capito davvero di tutto ciò? Non mi vergogno ad ammetterlo, io personalmente nulla o quasi. Ci voleva questo film coraggioso, intenso, forte e di una mai vista novità estetica per raccontarcelo. Cinque rivoluzionari e l’inizio di un cambiamento radicale. L’euforia per la vittoria e le incertezze e i pericoli del periodo di transizione militare. Un viaggio affascinante anche se quasi sempre bloccato nello stesso simbolico luogo che cambia le loro e anche le nostre vite: come accettare nuovamente una volta ritornati a casa le “verità della televisione”?
Il potere come afrodisiaco cui non si può rinunciare: The Square è un documento storico straordinario. Film cangiante, organismo proteiforme, che sfugge ai codici cinematografici, persino quelli più lassi da “cinema del reale, stile Sacro GRA per intenderci. Qui nulla è più “consueto”. Gli interpreti rischiano davvero la vita davanti alla videocamera del loro smartphone. E il fotografo, l’operatore devono fare un salto in avanti tremendo e formidabile per riprendere veramente i corpi dei loro compagni schiacciati dai blindati di un esercito, che dalla piazza pochi istanti prima ha giurato e spergiurato che mai e poi mai avrebbe caricato dei pacifici dimostranti.
“Divide et impera”. Bene lo sapevano i Romani, ottimamente lo hanno adottato tutti coloro che non hanno voluto rinunciare a comandare. Oggi però, se sapremo farne davvero una risorsa, uno strumento in più potrà aiutare i più deboli: video, fotografia e rete come strumenti irrinunciabili di una democrazia davvero moderna ed evoluta.
E sarà un caso che ce lo insegnino proprio i popoli dei paesi in via di sviluppo? Significante e significativo.

ore 22.00
La vita di Adele (La vie d’Adèle. Chapitre 1 & 2)
Regia Abdellatif Kechiche, interpreti Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jérémie Laheurte, Alma Jodorowsky, Aurélien Recoing, Catherine Salle, Fanny Maurin, Benjamin Siksou, Sandor Funtek, Aurelie Lemanceau, Karim Saidi, Baya Rehaz, origini Francia 2013, durata 187′.
Palma d’Oro al Festival di Cannes 2013.

Adele fa il liceo ed ha quindici anni. Improvvisamente vede in Thomas, tenebroso ma cordiale, il grande amore, ma, lo stesso giorno, incontra anche una misteriosa ragazza dai capelli blu, che ogni notte diventa protagonista dei suoi sogni e desideri più intimi. All’inizio Adele non si affida ai sogni e concedendosi a Thomas prova ad essere del tutto sua, poi si arrende: deve ammettere di essere più attratta dalle ragazze.
Abdellatif Kechiche, il regista di questo film, è uno che ha occhio per le griglie, quelle gabbie strutturate in cui siamo rinchiusi così profondamente e costantemente da non rendercene neppure più conto. E Adele e Emma, che vengono da mondi diversi, ben presto si renderanno conto di quanto sia difficile superare certe barriere, di censo ancora più che di sesso.
I loro corpi si amano, dandosi e prendendosi piacere l’uno dall’altro, mescolano lacrime e sudore, il tempo e lo spazio, le bocche affamate e assetate d’amore. E per raccontarlo il metro è quello del primo piano, un po’ come ai tempi per i fratelli Dardenne de’ La Promesse, del montaggio invisibile ma presentissimo, del movimento continuo, che crea un ritratto mai statico, come in una “fotografia della vita”.
Tratto in modo molto libero dal fumetto francese “La Blue est une couleur chaude” di Julie Maroch, La vita di Adele, quinto film del franco tunisino Kechiche, è la storia d’amore assoluto tra due donne animate da una grande differente passione, l’una per la pittura, l’altra per l’insegnamento, che attraverso un percorso sociale, politico, ma soprattutto d’amore, dipingono il ritratto, melò quanto autentico, di una coppia in costante vitale mutamento. Un film vero, più che uno chef d’ouvre, giocato sui temi sempre attuali del desiderio di stare insieme e al tempo stesso della sua evidente impossibilità. Libero.

gio 22.05 ore 20.30
Tango Libre
Regia Frédéric Fonteyne, interpreti François Damiens, Sergi López, Jan Hammenecker, Anne Paulicevich, Zacharie Chasseriaud, origine Belgio, Francia, Lussemburgo 2012, durata 105′.
JC lavora in un carcere come guardia. Vive solo, rispetta le regole e coltiva una sola grande passione: ballare il tango. Una sera incontra Alice ad un corso di danza, balla con lei, ne resta folgorato. L’indomani la rivede. Lei però è in carcere. Sta facendo visita ad un detenuto… anzi, a due!
Le regole son fatte per essere infrante, o almeno così ci insegnano alcuni film. Tango Libre è uno di questi. Ma il metro adottato non è per niente ruvido.
Tragicomico, colorato, divertente e appassionato questo film ci trascina in un irresistibile giro di danza. Febbrile e complesso il modo di girare di Fonteyne sembra ispirarsi alla delicata intima comicità di un Leconte ibridata con il caustico, nervoso,  inimitabile tocco di un Bertrand Blier.
Film d’autore che non disdegna di attrarre anche un pubblico meno impegnato Tango Libre gioca sì su tanti livelli, riuscendo tuttavia alla fine a non deluderne nessuno. Fluente.

ore 22.30
Zoran, il mio nipote scemo
Regia Matteo Oleotto, interpreti Giuseppe Battiston, Teco Celio, Rok Prasnikar, Roberto Citran, Marjuta Slamic, Peter Musevski, Riccardo Maranzana, Ivo Barisic, origine Italia 2013, durata 103′.
Il quarantenne Paolo, interpretato da Giuseppe Battiston, vive a Gorizia, giocava a rugby e oggi, disilluso, lavora come cuoco alla mensa di un ospizio per anziani.
Passa il tempo all’osteria di Gustino, ma non perde occasione per tormentare, anche se in modo infantile, la “povera” ex moglie. Poi arriva Zoran, uno strano nipote di sedici anni, che lui non ha mai conosciuto, ma di cui ora deve necessariamente, anche se forse per poco tempo, occuparsi…
L’esordio di Matteo Oleotto (che davvero di Gorizia è originario) centra il bersaglio.
Un protagonista meschino, il cinismo che si distilla a gradazione alcoolica, la crudeltà autentica, che solo il divertimento può rendere accettabile e, addirittura il riconoscimento del Premio del Pubblico alla più recente Settimana della Critica della Mostra del Cinema di Venezia: che cosa desiderare di più? Commovente e divertito.