Lettera aperta al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Stefania Giannini, e al Capo Marco Mancini

 

Alla Cortese Attenzione

del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Prof.ssa Stefania Giannini

del Capo Dipartimento per la formazione superiore e per la ricerca, Prof.  Marco Mancini

 

 

Oggetto: Riportiamo l’Università pubblica al centro del sistema

 

Onorevole Ministro, Prof.ssa Giannini

Gent.mo Capo Dipartimento, Prof. Mancini

 

Vi sottoponiamo alcune schematiche considerazioni di carattere generale sul sistema universitario italiano certi della vostra condivisione circa la gravità della situazione. Molte delle situazioni problematiche elencate hanno origini complesse ma tutte sono state aggravate dagli effetti della Legge 240 del 2010.

 

1) Il diritto allo studio.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha iniziato il proprio mandato sottolineando che “garantire la Costituzione” significa “garantire il diritto allo studio”. Nel 2014 la copertura delle borse di studio a livello nazionale è diminuita del 5% rispetto al 2013. Il mancato investimento va a sommarsi ai tagli regionali e all’aumento del numero di richiedenti per via dei danni causati dalla crisi economica. Non è così che si garantisce il diritto allo studio. Così si nega agli studenti la possibilità di studiare in Università, obbligandoli a trovare un lavoro durante gli studi o addirittura ad abbandonare il proprio percorso formativo. Non va inoltre dimenticata l’attuale discussione parlamentare sulle riforme costituzionali che sembra porterà a una modifica dell’articolo 117 della Costituzione, riguardante la distribuzione di competenze tra Stato e Regioni. Riteniamo che la revisione del sistema normativo del diritto allo studio debba chiarire le responsabilità nella garanzia di un diritto costituzionale, oltre a definire i Livelli Essenziali delle Prestazioni evitando di reiterare gli errori del cosiddetto “DM Profumo”.

In uno scenario simile, ogni dichiarazione su quella che sembra essere la futura campagna per la “Buona Università” assume aspetti sempre più grotteschi: partendo dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio sulle Università “di serie A” e le Università “di serie B”, è difficile pensare che gli slogan – in questo caso inquietanti già dall’aspetto e non solo per il contenuto – possano portare a risultati positivi. È necessario tornare a pensare che lo Stato debba seriamente investire  nell’istruzione (non solo quella universitaria) pubblica e statale per far sì che sia di qualità. E in questo processo si deve certamente dare ascolto a chi vive nei luoghi del sapere, a differenza di come è stata portata avanti la campagna di “consultazione” della “Buona Scuola”.

La concezione del diritto allo studio degli ultimi governi ha, inoltre, lasciato per strada l’aspetto dell’accesso all’università. Gli stessi dati che riguardano l’aumento del numero di richiedenti le borse di studio avrebbe già dovuto sottolineare la necessità di una revisione del meccanismo di contribuzione studentesca al fine di avere un meccanismo di contribuzione omogeneo su base nazionale e che porti l’Università a essere realmente inclusiva. Oltre alle limitazioni dell’accesso dovuto all’assenza dei mezzi necessari per garantire l’effettiva possibilità di svolgere un corso di studi, in Italia l’accesso è limitato da dissennate scelte di politica universitaria. Oltre al problema del numero chiuso stabilito a livello nazionale per l’accesso alle facoltà mediche, in Italia abbiamo più della metà dei corsi di laurea a numero chiuso.

L’attivazione di un corso di studio deve corrispondere alla presenza di determinati requisiti. Di conseguenza, molte università, hanno introdotto corsi a numero programmato per la carenza di finanziamenti che non permettono di avere strutture adeguate, per la necessità di rientrare nei criteri di accreditamento dei Corsi di Laurea e al blocco del turn-over. Sul numero chiuso a livello nazionale, invece, le ripetute richieste di un tavolo per il superamento del problema del test d’ingresso a medicina, più volte promesso dal Ministero, non hanno ancora portato a un risultato: a oggi il tavolo ancora non esiste e l’argomento si è trasformato in unoo slogan della campagna politica di turno.

 

2) Il problema del sottofinanziamento del sistema universitario

I criteri storici di ripartizione finanziaria sono stati rivoluzionati anteponendo il criterio discriminante del rapporto studenti/docenti. La novità porterà dodici atenei italiani all’insostenibilità acclarata e sette prossimi alla medesima condizione in ragione del grave sottofinanziamento del sistema in cui viene modificato drasticamente il riparto, rendendo ogni variazione negativa un rischio di collasso. L’introduzione del costo standard unitario di formazione per studente in corso è avvenuta successivamente a una discussione interna al Ministero, che ha escluso un’analisi preventiva delle componenti accademiche da questo criterio che pesa per il 20% nella distribuzione della quota non premiale dell’FFO. Il lieve aumento dei fondi complessivi di 80 milioni per quest’anno verrà poi completamente abbattuto dai 260 milioni che verranno tagliati nel prossimo triennio. Tutto questo in uno scenario in cui la cosiddetta quota premiale, aumentata fino al 18%, va semplicemente a costituire una parte dell’FFO. E oltre a essere basata su criteri contestati in ogni modo da buona parte della comunità accademica, rischia di andare semplicemente a punire ulteriormente gli Atenei in difficoltà, invece di cercare di trovare una soluzione ai problemi, portando invece gli altri ad arrivare a un finanziamento normale cercando di rispettare i criteri sopra citati.

Non è il caso qui di insistere sulle cifre nazionali che documentano in modo plastico la distanza del sistema italiano dai migliori sistemi universitari europei.

È però importante ribadire che il sottofinanziamento sta da tempo minando alle basi il sistema con effetti drammatici su:

  • Contribuzione studentesca. È la terza più alta d’Europa e in mancanza di fondi è destinata ad aumentare diventando un facile portafoglio per le Università che devono sopravvivere non sforando i parametri ministeriali.   
  • Ricerca di base. Da anni ormai non vengono stanziati fondi per la ricerca di base. La valorizzazione di una diffusa ricerca di base, fondamento imprescindibile di ogni possibile eccellenza sia essa nella ricerca di base o applicata. Al contrario si sta coltivando l’idea peregrina che si possano produrre eccellenze in un sistema di ricerca di base totalmente alla deriva. E questo avviene mentre l’ANVUR, l’agenzia per la valutazione creata dalla 240, imperversa senza freno a dettare processi di valutazione costosi, inutili e talvolta sbagliati alla radice.
  • Qualità del processo formativo. A fronte di dichiarazioni d’intenti roboanti sulla valutazione della qualità della ricerca e della didattica, i tanti vincoli quantitativi imposti da AVA e parenti, unitamente all’introduzione del costo standard per la distribuzione del Fondo di Finanziamento Ordinario, indirizzano l’intero sistema universitario verso politiche accademiche scollegate da considerazioni sulla qualità scientifica e culturale dell’offerta formativa e orientate all’aumento del fatturato seguendo logiche aziendali alimentate dal bisogno di sopravvivenza.  
  • Il blocco degli stipendi. Gli stipendi bloccati da cinque anni vengono messi in una competizione insostenibile con la stessa sopravvivenza degli atenei: il blocco non è più accettabile, il loro sblocco non è rinviabile, ma una qualsiasi prospettiva di finanziamento che coprisse solo gli stipendi procederebbe parallela al collasso degli atenei.
  • Infrastrutture. L’assenza di fondi per interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e/o per nuove strutture (unitamente ad alcune scelte locali irresponsabili) ha portato molte realtà universitarie ad avere infrastrutture logore, con problemi di sicurezza per personale e studenti e non all’altezza del servizio di alta formazione e ricerca che deve essere offerto.

 

3) La iper-burocratizzazione dei processi

A fronte di annunci continui relativi alla semplificazione dei processi, il comparto università è costantemente ostaggio e vittima di metodi di pianificazione, valutazione e controllo che impegnano molta parte dei docenti e del personale tecnico amministrativo in una demenziale e frenetica rincorsa ad adempimenti ministeriali improntati a logiche pseudo-aziendali dove si perde ogni contatto con le finalità primarie di formazione e ricerca del sistema universitario. La deriva verso la parametrizzazione quantitativa rischia di snaturare nel medio periodo l’intero sistema universitario nazionale che, nonostante il sottofinanziamento, sia in termini di qualità della formazione, sia di qualità della ricerca, è riuscito fin qui a mantenersi competitivo con tante realtà internazionali di primo livello.

 

4) Il problema del lavoro precario e del mancato reclutamento

L’entrata in vigore della 240 ha esasperato la precarietà in ingresso del ricercatore universitario. I fondi esigui impongono politiche assunzionali risibili che comunque generano competizioni interne in una triste guerra tra giovani valorosi ma contrattualmente deboli e fragili.

Negli ultimi 7 anni si è osservato un crollo del 30% dei professori ordinari e del 17% degli associati. A questa riduzione del personale docente non è seguito alcun piano di reclutamento, tanto che ad oggi, la maggior parte della ricerca e buona parte della didattica nelle università italiane viene svolta da figure precarie: assegnisti e ricercatori a tempo determinato (RTD). In Italia attualmente sono presenti 15.237 titolari di assegni di ricerca, 2450 RTD di tipo A e 224 RTD di tipo B. Tra questi, soltanto gli RTD di tipo B avranno (forse) la possibilità di essere reclutati stabilmente dalle Università, frazione pari a solo l’1% dei ricercatori precari già in possesso del titolo di dottore di ricerca. In questi anni si sta di conseguenza verificando un’inevitabile emorragia di 18mila professionisti della ricerca altamente qualificati che, abbandonati dalle università italiane, andranno verosimilmente ad arricchire enti di ricerca stranieri a fronte di un precedente investimento (perso) del MIUR. La recente estensione della durata massima dell’assegno di ricerca da 4 a 6 anni, benché indispensabile per ritardare il collasso del sistema, non è la soluzione al problema e si limita a rimandare pericolosamente decisioni urgentissime in termini di reclutamento. Riteniamo che questo scenario di irreversibile impoverimento della nostra Università vada scongiurato, con l’avvio immediato di un nuovo e serio piano di reclutamento dei ricercatori basato realmente sulla qualità del lavoro.

 

5) Valorizzazione della figura del docente universitario

Nel regime di sottofinanziamento la guerra tra poveri coinvolge anche il personale strutturato che non vede appieno riconosciuto il diritto a un ragionevole e meritato miglioramento della propria condizione.

Le legittime aspettative degli strutturati vengono artatamente contrapposte a quelle dei giovani precari in ossequio al vecchio motto “divide et impera”.   

Oltre a ciò mentre la legge 240 ha introdotto una vergognosa norma che vincola a concedere la progressione stipendiale a non più del 50% del personale avente diritto, i docenti universitari continuano a subire insieme a molte altre categorie di lavoratori del pubblico impiego il blocco delle progressioni stipendiali per anzianità.  Nel frattempo si scopre che tale misura ha molte eccezioni (magistratura, forze di polizia, dipendenti ministeriali e altri ancora).

È su queste basi che si fonda una buona Università?

 

ADP – Associazione Dottorandi Pavesi

CNRU – Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari Pavia

Coordinamento per il diritto allo studio – Unione degli Universitari Pavia

CRUP – Comitato Ricercatori Università di Pavia

GAP11 – Gruppo Assegnisti e Precari della Ricerca Pavia

Rete 29 Aprile Pavia

 

Pavia, 27 febbraio 2015

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